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RECENSIONE FILM LA FAMIGLIA SAVAGE THE SAVAGES

LA FAMIGLIA SAVAGECRITICA a cura di Olga di Comite: Una famiglia media dai normali fallimenti, salvo forse il fatto che i suoi membri sono un tantino più avvertiti, perché si tratta di piccoli intellettuali o aspiranti tali. Un padre non amato che è stato distratto, dispotico e narciso (attore di varietà); una figlia che sogna di diventare drammaturga, ma che a circa quaranta anni non ha avuto la grande occasione. In più coltiva stancamente un rapporto clandestino del tipo “ti uso quando posso” sul versante maschile e “ti uso perché non ho altro” su quello femminile. E infine un fratello, professore all’università di Buffalo, che insegna storia del teatro e cerca di ultimare una biografia di Brecht alla quale tiene molto; intanto perde la donna della sua vita perché non si decide a sposarla.

Persone insomma che all’ombra della creatività si sentono o sono sostanzialmente immature di fronte al vivere quotidiano e alle sue scelte. Succede che il padre anziano, il quale vive lontano dai figli, rimanga del tutto solo e avviato verso la non autosufficienza per l’avanzare della demenza senile. E’ il momento della verità: i fragili equilibri dei componenti la famiglia vengono allo scoperto. La libertà di ciascuno è messa a repentaglio da quest’uomo irascibile divenuto quasi estraneo, ora indifeso e bisognoso di aiuto.

L’evento scatena confronti tra i figli, sensi di colpa vissuti con diversa sensibilità dal maschio e dalla femmina, liti e bilanci, piccole bugie dette a se stessi per non confessare profonde frustrazioni. Ciò non toglie che i fratelli siano affettivamente legati e sotterraneamente non lontanissimi dal padre per quei legami sottili, e spesso intricati, che caratterizzano i rapporti parentali più stretti. Rientrando nella categoria dell’anziano che viene a rompere la mia routine, a soffocare le mie grandi o piccole libertà, a propormi da vicino la disperante fisicità del decadimento, il contenuto del film potrebbe sembrare di quelli che provocano la fuga dal botteghino.

Invece l’opera di Tamara Jenkins, proveniente dall’anteprima torinese del festival di Moretti, è condotta con humor malinconico e discreto, con la giusta amarezza senza eccessi, con un’indagine sottile di sentimenti e reazioni che rifiuta lo psicologismo didattico. Semplice e diretto, cattura con naturalezza e intelligenza cuore e mente dello spettatore. Accorta anche la resa di atmosfere dimesse, senza i segni eclatanti dello squallore, come gli interni casalinghi dei protagonisti o l’interno del luogo “dove si va a morire da soli” che ospiterà il padre. Ottima la prova del trio di attori: non saprei dire chi è il migliore perché sembrano in perfetta sintonia. Il padre è Philip Bosco, il figlio Philip Seymour Hoffman, noto come interprete di Truman Capote, la sorella è Laura Linney, candidata all’Oscar.

Peccato che queste opere, fuori dal grosso battage pubblicitario, siano distribuite poco e male; di alcune si perde proprio la traccia dopo averle viste citate in articoli scarni non certo sulle prime pagine; di altre, come questa, si ha una fugace visione per pochi giorni e in orari non praticabili da tutti gli appassionati di cinema. Olga di Comite
VOTO:

 

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