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RECENSIONE FILM PARANOID PARK

PARANOID PARKCRITICA a cura di Olga di Comite: Il film gioca su una struttura non lineare per quanto riguarda il montaggio, la cronologia e il punto di vista. Ed è forse la cosa più interessante: un racconto frammentato e destrutturato come la psiche del teenager che sta al centro di esso.

Perché G. Van Sant anche stavolta (vedi Elephant) osserva la criticità della condizione di molti giovani in Usa e la racconta senza moralismi ma con un’aria straniata e straniante che, insieme al linguaggio, è la forza dell’opera, peraltro semplice e scontata nell’intreccio. Editor di se stesso, ha tratto la vicenda da un libro che ne costituisce la sceneggiatura, visto che, secondo quanto dichiara lui stesso, non ha cambiato i fatti ma solo lo stile. L’unica sequenza inventata è la più violenta e forte di un film che per il resto si affida alla fotografia, ai luoghi, e non sceglie di stupire con scene da grand guignol.

Un ragazzo introverso e in definitiva viene lasciato a se stesso dai suoi, che sono alle prese con il solito scollamento matrimoniale, I due hanno poco tempo per il ragazzo e gli dedicano dialoghi più che frettolosi. A questo quadro d’improvviso si aggiunge una bravata che vede il giovane protagonista di un terribile incidente, causa della morte di un uomo.

Disagio e morte finiscono così col procedere strette tra loro nella vita di Alex (Gabe Nevins), che non riesce a svelare a nessuno il suo segreto. E’ lui che racconta nel film come sono andate le cose in un andirivieni di tempi e di punti di vista che danno un bel ritmo non convenzionale alla narrazione. Alla fine l’adolescente brucerà anche i fogli su cui ha scritto il diario di quel momento critico della sua vita, mentre il suo destino futuro viene lasciato in sospeso. Infatti il poliziotto che indaga sull’omicidio sembra aver capito che lui è coinvolto e tra i due c’è un lungo gioco di sguardi, sottolineato dai primissimi piani, durante un interrogatorio collettivo. Nel frattempo tutti i tentativi di comunicare e gli spazi di dialogo si chiudono per Alex: la madre è troppo presa dal lavoro, il padre nerboruto e tatuato naviga sulla superficie delle cose, la ragazzina con cui ha il primo rapporto è troppo piena di sé per capirlo, l’amica con la quale potrebbe esprimersi un po’ più tranquillamente non merita piena fiducia.

Quanto si svolge nell’animo smarrito di questo teenager viene ricostruito a poco a poco dallo spettatore, perché la rottura del racconto lineare provoca in chi segue il film una specie d’attesa, spesso enfatizzata dall’indugiare su particolari dei luoghi con una fotografia sgranata o limpidissima, quasi iperrealista. Indimenticabili le sequenze sotto la doccia del ragazzo dopo l’incidente che gli ha sconvolto l’esistenza già problematica.

Il senso di un malessere generale di cui tutti partecipano, adulti e non, viene interpretato e reso dal regista con grande libertà d’invenzione, legata soprattutto alle immagini e alla colonna sonora.
Quest’ultima va da Beethoven a Elliot Smith a Nino Rota di Fellini (Amarcord e Giulietta degli spiriti). Con quest’opera lucida, a basso costo, incentrata sull’osservazione dell’adolescenza come in Last Days e il già citato Elephant, lo skateboard e la sua filosofia sono in realtà solo un pretesto per mettere a fuoco la tentazione della sfida e il bisogno di appartenere a un gruppo tipico di ogni adolescenza del mondo occidentale.

Ci sono poi altri luoghi sulla terra dove questo periodo della vita si connota diversamente o è addirittura negato. Mi piacerebbe che fosse ancora Gus Von Sant ad esplorare quest’altra faccia del problema con la sua cifra stilistica particolare, fatta di fredda capacità di osservazione e libera creatività. Olga di Comite
VOTO:

 
 

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