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BROKEN FLOWERS

BROKEN FLOWERSANNO: U.S.A. 2005

GENERE: Commedia

REGIA: Jim Jarmusch

CAST: Bill Murray, Jeffrey Wright, Sharon Stone, Frances Conroy, Jessica Lange, Tilda Swinton, Julie Delpy, Chloë Sevigny, Christopher Mcdonald, Alexis Dziena, Pell James, Heather Alicia Simms, Brea Frazier, Chris Bauer, Larry Fessenden, Suzanne Hevner, Meredith Patterson, Nicole Abisinio, Ryan Donowho, Jarry Fall, Korka Fall, Zakira Holland, Matthew Mcauley, Brian F. Mcpeck, Jennifer Rapp, Mark Webber, Niles Lee Wilson, Dared Wright.

DURATA: 105 '

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TRAMA: Don Johnston (Bill Murray), scapolo impenitente, riceve una misteriosa lettera, senza firma, da una sua probabile ex amante che lo informa di essere padre di un ragazzo di 19 anni. Don si confida con Winston (Jeffrey Wright), suo amico e vicino di casa, che gli consiglia di andare alla ricerca di colei che può aver scritto la lettera. Così, superando la sua ostilità per i viaggi, ne intraprende uno attraverso gli Stati Uniti per scoprire quale delle sue vecchie fiamme può essere la madre del ragazzo...

CRITICA a cura di Gianni Merlin: A ormai parecchi anni di distanza dalla sua ultima vera fatica “Ghost dog”, Jarmusch ritorna necessariamente col suo cinema che racconta the other side of America, o meglio l’America che si cela dietro gli individui e gli apparati, una società vivace, bizzarra e tenuta insieme comunque da una pulsante vitalità. Qui con Broken Flowers si vive molto on the road, essendo la strada il luogo prediletto per lunghissime inquadrature su tutto ciò che la circonda: case strampalate, ma paradossalmente domestiche, fiumi in piena e boschi tutto attorno, grandi highways intasate, insomma una genuina riproduzione della vera provincia americana, effetto che rimanda a quello procurato da Moretti con la sua vespa in “Caro diario”.
A guidare questa esplorazione visiva è nel film quel fenomenale attore che oggi è Bill Murray, desolato ultra (?) cinquantenne alle prese con la ricerca di un possibile figlio avuto da sue fiamme vent’anni prima. Jarmusch come al solito delinea e non delinea l’immagine dei suoi personaggi, lasciando molto nell’irrisolto il loro presente e passato, nascondendo le vere ragioni che li spingono ad agire, e certamente scelta migliore nell’individuare un volto e un corpo immarcescibile alle emozioni e agli eventi non poteva essere che quello di Murray, qui alle prese con un’interpretazione analoga e se possibile ancora migliore di quella fornita in “Lost in Translation”, basata cioè su un’ineffabile bilanciamento tra sprazzi di umorismo sfrenato e disperazione: la regia non lo fa muovere, lo riprende in lunghe scene, fermo, sguardo fisso nel vuoto, oppure solo a mezzo busto mentre centra la macchina da presa ed è lì che Murray si rivela come eccezionale attore della modernità, con quella faccia che si ritrova, maneggiando impercettibilmente gli occhi o con leggeri movimenti di guancia, provocando a seconda dei casi ilarità o tristezza. Don, il protagonista, cerca nel passato forse quel motivo, un indizio per trovare un equilibrio nel suo percorso di vita e lo fa incontrando con pigrizia sfacciata quattro suo donne del passato, celebrità come la Stone o la Lange, nel film molto a loro agio nei panni di donne tutte alle prese con un presente sereno anche se indaffarate in improbabili professioni; per cui alla fine, il viaggio di ritorno nel tempo che fa Don non fa altro che rigettarlo nel proprio presente solo e malinconico, alla mercè ingombrante e spesso spiazzante di un’insoddisfazione, un’assenza (l’eventuale figlio) che lo blocca nel niente, come l’ultima stupenda scena di un Murray, solo in mezzo alla strada e nient’altro, steady cam che gli gira attorno e sguardo allucinato di muta disperazione.
Grande Jarmusch quindi, inalterabile e inalterato che sempre fedele all’idea di low budget, ci consegna di volta in volta un cinema alternativo e genuino, essenziale, spiazzante con uno stile che si consolida e si migliora di film in film, aumentando forse l’amore dei suoi fans e l’antipatia per i suoi detrattori: certo, ci sono forse eccessivi silenzi o pause che possono far distorcere il naso allo spettatore più esigente, ma cosa c’è di più cool di una macchina da presa fissa sul retrovisore con sotto un ritmo tribale africano e un Murray alle prese col traffico. Gianni Merlin
VOTO:

CRITICA a cura di Olga di Comite: Capelli bianchissimi sin da quando era giovane, occhi da gatto, faccia lunga e asimmetrica, vestito di bianco o di nero, questo cineasta si presenta anche fisicamente sull’interessante. Autore di pochi film (alcuni da scuola), è indipendente dalle grandi produzioni, coltiva un linguaggio rigoroso e freddo, elegante come il monocromatico dei suoi abiti: ce n’è abbastanza per farne un autore di culto qui in Europa. Ma ce n’è abbastanza anche per essere un po’diffidenti, visto il quoziente di gradimento dell’intellighentia nostrana. Invece, sbagliato. Abbasso il pregiudizio. Questo film è il più commovente (senza lacrime e con molti sorrisi) che abbia visto negli ultimi tempi, oltre che essere esempio di stile raffinato con l’occhio attento al miglior Wim Wenders e a disporre di un cast femminile e maschile di tutto rispetto e a una colonna sonora niente male. La stessa lentezza di alcune parti (a mio parere unico limite) è talmente funzionale al discorso e all’interpretazione del protagonista da risultare accettabile, quasi necessaria. Metafora delle metafore è ancora una volta il viaggio: la vita è un cammino, ha un progetto, uno svolgimento, una fine. Del resto il tema è caro sia a Jarmusch sia al prediletto Wenders: andare dentro nel paesaggio e in se stessi per concludere “che il passato non esiste più, il futuro non c’è e l’unica cosa che esiste è il presente”.
Spinto dall’amico-vicino di casa, un gustoso personaggio minore che è l’antiprotagonista, Dan (Bill Murray) intraprende un pellegrinaggio che lo porta a ricercare alcune donne che hanno contato nella sua esistenza di scapolone-don giovanni. La cosa ha inizio da una lettera rosa arrivatagli mentre, più solo che mai, ha consumato l’ennesimo addio con l’ennesima avventura. Lo scritto, senza firma, battuto a macchina, è di una sua ex. La donna lo informa che diciannove anni prima ha avuto da lui un figlio e che il giovane si è messo alla ricerca del padre. L’annuncio è un pretesto per intraprendere un viaggio che lo porterà a ricontattare alcune sue vecchie fiamme nel tentativo di saperne di più. Ma come Dan, affermato imprenditore elettronico, benestante pensionato, vuoto e senza motivazioni affettive autentiche, nessuna di quelle donne è rimasta la stessa. Ognuna porta dentro insoddisfazioni, rabbia, fallimenti esistenziali, e lo accoglie con una notevole indifferenza, salvo la prima e l’ultima, perché è morta. Toccante la scena in cui il protagonista va a trovarla al cimitero e, poco discosto dalla tomba, medita sulla vita e sul suo esito. Alla fine, fallito lo scopo del viaggio, Dan incontra in un bar un giovane che gli piacerebbe pensare fosse suo figlio, ma il ragazzo lo riporta crudelmente alla realtà.
Indubbiamente Bill Murray fornisce del personaggio una apprezzabile raffigurazione, specializzato com’è in questo registro sottotono, asciutto, essenziale, tutto demandato a piccole contrazioni del viso. Le attrici sono però di grana più fine e specialmente Jessica Lange, nel ruolo di una comunicatrice di animali, e Frances Conray, nel ruolo di una immobiliarista di successo, afflitta da un marito appiccicoso e sciocco, risultano splendidamente a loro agio.
Un’ultima parola sul come da questo film risulti rivalutato il desiderio di famiglia anche in America; abituati come siamo a film ferocemente critici e disincantati su tale istituzione sia in quel paese sia da noi, non possiamo che registrare questo messaggio del rivoluzionario Jarmusch come un segno dei tempi. Io dico ahimé! Olga di Comite
VOTO:

   
 
 
   
 

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